21 febbraio 2018 - Prova su strada

Effeffe Berlinetta

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Il sole mattutino di gennaio getta raggi bassi tra gli alberi a bordo della strada. Il riflesso dei campi colora la fiancata della Berlinetta in sosta e, nel riflesso, il cielo diventa ancora più blu. Un anziano ciclista in tutina e caschetto si ferma e chiede semplicemente: “Che auto è?”. Vittorio risponde che è una Effeffe. “Si ma di che marca? Sembra una Shelby…”.
Come dargli torto, dopotutto in molti non sanno che questa meraviglia è nata qui vicino, a Giussano, e che, sebbene abbia un po’ di tutte, non assomiglia a nessuna automobile in particolare di quel periodo d’oro dei grandi carrozzieri e artigiani italiani. Parliamo degli anni '50 e '60 in cui furono inventati i concetti di berlinetta, appunto, e di fuoriserie. “Le proporzioni – mi spiega Vittorio Frigerio -  sono più da Maserati che da Ferrari visto che il motore è più corto dei grandi V12”. Rientriamo nell’abitacolo di pelle chiara e ripartiamo puntando a nord, verso le colline.

Il 4 cilindri in linea di derivazione Alfa Romeo è preparato da Carlo e Giuliano Facetti, nomi storici dello sport automobilistico, che lo hanno “firmato” con una testata verniciata in Verde Facetti. Fornisce 186 cv a 6800 rpm e circa 300 Nm a 4400 rpm. È posizionato in posizione anteriore centrale, praticamente a fianco alle gambe degli occupanti, inonda l’abitacolo di un rombo deciso ed elegante, che diventa quasi lirico agli alti regimi. Non c’è bisogno di andare a chissà quale velocità: il canto della Effeffe chiede strada e inebria. Le vibrazioni, l’aria che filtra dal gioco del finestrino, lo scarico laterale sotto la portiera del guidatore…  sembra di guidare un caccia della Seconda guerra mondiale su ruote: si vola comodi ma incollati alla strada. Però a scaldarti l’anima non è solo la sensazione fisica, quanto anche la comprensione di come ogni particolare, anche minimo, abbia un significato e una storia. Il pomello del cambio e il massello della presa d’aria dell’abitacolo sono in ebano del ‘700, mentre le manopole sono state tornite usando un tornio degli anni ’60. Se si fosse fatto diversamente, probabilmente nessuno se ne sarebbe lamentato, ma questo investimento di esperienza umana nella ricerca del “senso di ogni dettaglio” dà un’anima a quest’auto che, da creatura della tecnica e dell’ingegno, diventa un’opera d’arte.

Saliamo verso il Lago di Pusiano lasciandoci cullare dalle strade secondarie. “Sta ancora facendo il rodaggio – mi dice Vittorio – ma questa è una macchina che va rodata forte, anzi si dovrebbe quasi farlo in pista.” Infatti, dal ponte rigido al posteriore arrivano rumori di meccanica che i giovinastri come me non sanno ben interpretare. Anche l’odore della carburazione, affidata a 2 carburatori orizzontali doppio corpo Weber 45 (e come avrebbe potuto essere diversamente?) riempie l’aria. L’assetto non è esasperato, consentendo una guida pulita e piacevole, ma le sospensioni, il telaio in acciaio e i sedili trasmettono ogni segnale che arriva dalle ruote e dal motore, solleticando le natiche in modo diverso a seconda del regime. Il cambio, posizionato come “terzo in comodo” nell’abitacolo fa praticamente da bracciolo, anch’esso rivestito in pelle da Matteograssi. È dotato di sincronizzatori, ma è comunque buona cosa ricorrere al punta tacco in scalata per non affaticarli. Con un peso di soli 790 kg (4,38 cv/kg) è scattante e reattiva. Risponde con precisione al volante Nardi (altro nome storico dell’artigianato italiano) con corona in mogano e razze in alluminio, così come all’acceleratore grazie anche alla curva di coppia particolarmente morbida che caratterizza questo motore. “Per andare veloce – dice Leonardo Frigerio – bisogna togliere peso, non aggiungere cavalli.”
Anche a basse velocità ballare con quest’auto è quasi commovente. Sì, ballare, perché al giorno d’oggi il termine “guidare” non rende più bene l’idea. Lei, questa creatura inanimata, ha assorbito così tanta umana passione e attenzione da sembrare umana a sua volta. L’odore e il rumore danno mascolinità, ma al tatto e alla vista è femminea come una dea greca: liscia e lucida come il marmo fuori ma morbida e calda dentro. Balla con te in un inaspettato rapporto di parità tra l’essere umano e la sua creatura.

Nelle auto di tutti i giorni, oggetti utili, efficienti e pratici che giustamente utilizziamo per rendere più facile la nostra vita, sappiamo perfettamente chi comanda: la macchina è al servizio dell’essere umano. Nelle sportive moderne, invece, sempre di più si ha l’impressione che l’umano dietro il volante sia l’anello debole: queste belve supertecnologiche, supercollaudate, supercalibrate, sembrano voler aprire la portiera in mezzo ad una curva e sbalzarti fuori… tanto andrebbero forte lo stesso. Invece, in questo fandango sui colli della Brianza e sulle dune del tempo, il guidatore che stringe il volante sta mano nella mano con una elegante e snella dama. Ci si muove all’unisono e senza filtri. Il tuo posto è confortevole grazie anche alla tipica doppia gobba sportiva “alla Zagato” ma ti senti la vettura cucita addosso, tutto è così vicino! Sembra di poter toccare la strada lì fuori e ti sembra di farlo, in effetti, perché tra i tuoi palmi e il battistrada non ci sono intermediari che non siano meccanici. Il principio di azione e reazione non è mascherato da calcoli o assistenze.

Di contro non si può neanche trattare la Berlinetta come un oggetto: il rapporto è personale e richiede attenzione. Non ci sono pulsanti da premere o levette da ruotare per passare da una modalità di giuda all’altra, ma con giusto un paio di chiavi inglesi si può regolare tutto ciò che serve dell’assetto. Sovrasterzo e sottosterzo, camber, caster, toe… tutto dipende da te: se cambi un angolo ottieni un effetto, se muovi un braccetto ne ottieni un altro. Di nuovo causa ed effetto senza filtri ne aiuti. Ci si sente grandi ad avere questa responsabilità e questa possibilità, ma ci si sente anche bambini davanti al contagiri Jeger con fondo scala a 10.000 rpm, alle levette e ai bottoni tondi.

Poi, se si vuole e se si può, arriva anche il momento di premere a tutto gas. La composta ed elegante Effeffe sprigiona la sua essenza sportiva. Il vento e il suono del 1962 cm3 tolgono lo spazio alle parole. La stretta delle ruote sull’asfalto contrasta con l’oscillazione che si avverte sui dossi, in curva e in frenata. Si percepisce l’equilibrio dei pesi e la sensibilità data dai Michelin XWX radiali da 15”. Per essere così artigianale e classica trasmette robustezza: non teme affatto strade dissestate o addirittura sterrate, ma in pista o in autostrada l’aerodinamica chiede la mano salda di un bravo pilota.
Ovviamente il vantaggio di un’automobile come questa è che qualsiasi cosa possa essere intesa come difetto viene magicamente trasformata in un pregio quasi essenziale. Se c’è uno svantaggio, però, nello stare dentro la Effeffe Berlinetta è non poterla ammirare. Questa su cui abbiamo viaggiato oggi è la seconda nata dalle Officine Fratelli Frigerio ed è già stata venduta ad un rivenditore belga che ha scelto una livrea blu invece dell’italianissimo rosso della Effeffe originale (di cui vi abbiamo già raccontato in un intervista a Leonardo Frigerio e in questo aggiornamento di qualche tempo fa). Qualche patriota potrebbe storcere il naso ma, credetemi, la sensualità delle linee morbide della carrozzeria in alluminio battuta a mano è esaltata dalle ombre del blu scuro e i dettagli cromati sembrano brillare ancora di più.
Basterebbe guardarla, eppure offre molto ma molto di più…

Un’ultima parola, però, va detta anche sugli ideatori di questa meraviglia: i fratelli Frigerio sono due personaggi con cui ogni appassionato di automobili vorrebbe sedersi ad un tavolo e viceversa. Lo dimostra il fatto che abbiano voluto dare parte del loro tempo anche ad una testata umile come la nostra che però sembra essere stata capace di convincerli proprio tramite quella genuina passione e competenza che loro riversano nella propria creatura di lamiera. Ciò è per noi davvero una grande soddisfazione.

di Enrico Gussoni
foto di Matteo Canziani

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