4 febbraio 2018 - Primo contatto

Il sottile filo rosso

Ci sono, nella storia dell’automobile, piloti famosi e ingegneri famosi (molti meno, diciamocelo) mentre possiamo dire che c’è un solo ingegnere-pilota famoso: Jack Brabham. “The Black Jack”, però, non fu certo l’unico nel suo genere. Passando a setaccio la storia di certi personaggi dell’automobilismo si notano dei curiosi collegamenti (che in questo caso collegano in effetti delle menti geniali) favoriti sicuramente da un ambiente in cui essere costruttore era più facile (infatti ce n’erano molti di più, soprattutto di piccoli e piccolissimi) e in cui c’era ancora così tanto da sperimentare e così tanti libri ancora da scrivere.

Partendo dall’innovazione, appunto, un illustre ma curioso sconosciuto è William F. Milliken Jr., classe 1911 e deceduto nel 2012. Iniziò come ingegnere aerospaziale e partecipò ai primi voli sperimentali di quello che sarebbe stato il Boeing B29, la “super-fortezza volante”. Fu pioniere nel controllo automatico: il pilota automatico e le future (se mai ci saranno) auto a guida autonoma esisteranno grazie al suo ancestrale contributo. Ebbe però sempre una passione per le auto, tanto da essere tra i fondatori del circuito di Wotkins Glen sul quale partecipò alla gara inaugurale nel 1948 ribaltandosi. Da allora la “Curva Milliken” lo ricorda. Decise di sfruttare il suo interesse per l’automobilismo e la sua esperienza nel controllo e stabilità degli aeroplani per studiare più a fondo le stesse proprietà sulle vetture. Così al Cornell Aeronautical Laboratory sviluppò i primi sistemi servo-attuati per la General Motors.

Ma la sua creazione più folle, che da sola meriterebbe un posto nell’olimpo del “grazieddio qualcuno l’ha fatto”, fu la MX-1 Camber Car, una monoposto a ruote scoperte in cui il camber di ciascuna ruota poteva essere fatto variare (grazie ad una vasta gamma di attacchi sul telaio) da 0° a 50° per studiare sul range più vasto possibile l’influenza di questo parametro sul comportamento della vettura. In sostanza la dinamica era quella di due motociclette giuntate da un telaio comune. Il motore sei cilindri piatto Mercury Marine due tempi da 1500 cc produceva un’ottantina di cavalli ma ciò che è ancora più assurdo è che Bill riuscì a farla omologare per l’utilizzo stradale. O forse che ancora nel 2002, in una dimostrazione pubblica, la sua MX-1 girava in tondo a 1g di accelerazione laterale…
Nel 1976, a proposito di “libri che erano ancora da scrivere”, Milliken pubblicò il libro Race Car Vehicle Dynamics che vendette 14.000 copie, di cui 10 sembra finirono presso il reparto corse di una nota scuderia dotata di cavallini rampanti.
Milliken, sempre nelle sue esperienze di ricerca sportiva e ingegneristica, provò anche due monoposto a trazione integrale, cosa che ai giorni nostri sembra assurda ma che non lo era ai tempi. La più importante, dal punto di vista storico, fu la Miller FWD che vinse la 500 Miglia di Indianapolis nel 1926, 1928 e 1929. Per essere tra le auto di produzione più costose dell’epoca fu anche l’unica auto “di serie” a competere nel catino dell’Indiana. La seconda, quasi sconosciuta, fu la AJB/FWD Butterball Special del 1951, costruita a partire dalla meccanica della Jeep Willys. Quest’auto ebbe varie occasioni di scendere in pista, su cui non ci soffermeremo perché a questo punto è interessante spiegare che quelle iniziali AJB stanno per Archibald James Butterworth, 1912-2005, un altro ingegnere pilota che a cavallo degli anni ’10 e ’50 diede la sua dimenticata mano a dei progetti non irrilevanti...

Innanzitutto, grazie al fallimentare impegno di William Aston (nessun collegamento con l’auto del signor Bond), scrisse il suo nome nell’albo iridato dei costruttori di Formula 1 con la Aston Butterworth del 1952, ovvero la prima F1 a quattro ruote motrici [nella foto in bianco e nero in basso, nda]. Fornì poi i suoi motori alla Elva, per le sue oserei dire simpatiche auto da corsa, e ad un certo John Tojero. Cari lettori, se volete vedere una bella auto da corsa in esemplare unico immatricolata per la strada, la Tojeiro-Butterworth è ciò che ci vuole. Sembra una classicissima sportiva inglese di quegli anni: verdone, raggi sottili, curve aerodinamiche, piccola bocca del radiatore e goccia dietro la testa del pilota. Ma anche questa meraviglia nasconde le sue stranezze: la carrozzeria era in parte in fibra di vetro e il motore era così versatile da poter essere adattato in più cilindrate in un intervallo da 1.5 a 2.5 litri. In pratica, con un meccanico abbastanza veloce, la stessa auto avrebbe potuto competere in più categorie diverse lo stesso giorno. Inoltre, Mr. Butterworth brevettò delle valvole incernierate che, ruotando attorno ad un perno, lasciavano un’apertura circolare e non a corona circolare come le normali valvole a fungo.
Purtroppo le finanze non furono mai troppo d’aiuto ai progetti di Archibald che dovette man mano arrendersi. Dopotutto la resa più importante l’aveva già scampata: nel 1940 quando fu evacuato da Dunkerque.

Ma già che abbiamo parlato di John Tojero sarebbe il caso di specificare anche per costui chi sia e cos’abbia fatto. Ebbene, quest’altro esimio sconosciuto di Estoril, vissuto dal 1923 al 2005, semplicemente rivoluzionò il mondo dell’automobile sportiva. Negli anni ’50 e ’60 fornì nientemeno che alla Ecruie Ecosse una serie di sportive filanti, tondeggianti e superbe con motori Jaguar, Climax e Buick, disegnando linee che avrebbero fatto scuola… e invidia. La Tojero EE fu una delle prime auto da corsa a motore centrale, soluzione che dopo le Auto Union di Ferdinand Porsche si era ripresentata raramente. Ma, cosa forse più importante, sviluppò la AC Ace. Ebbene sì, un nome che non dice niente a nessuno.
La storia cambia dicendo che in quella vettura Carrol Shelby mise il sempiterno Ford V8 trasformandola nella AC Cobra vincitrice della classe GT della 24 Ore di Le Mans del 1964. La versione 427 con motore da 7 litri e 425 cv divenne la vettura da strada più veloce dell’epoca: 298 km/h. Nel 1965.
Oggi probabilmente la Shelby Cobra è, dopo la Lotus Seven, l’auto classica più replicata dai piccoli costruttori di kit-car.

In neanche mille parole abbiamo tracciato un filo rosso di idee, personaggi e invenzioni affascinante. Chissà quanti altri fili rossi del genere, alcuni noti altri meno, si potrebbero tracciare nella storia dell’automobile e degli uomini che l’anno scritta. Pensiamo a quanti nomi sconosciuti ci sono dietro le auto dei nostri sogni come a quelle che nei sogni ci sono rimaste, o alle invenzioni che hanno portato la tecnologia dov’è oggi.

di Enrico Gussoni

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