6 marzo 2017 - Primo contatto

Museo Alfa Romeo di Arese

Raccontare l'automobile non è banale, perché si ha a che fare con un mondo vastissimo e variegato che unisce l'evoluzione tecnica a quella dei gusti e dei costumi, intrecciandole con la storia umana delle mani e delle menti che ne hanno plasmato la forma.
Per questo non ci si può limitare ad una galleria di “pezzi” da esposizione, ordinati in bella vista sotto la luce giusta, o a una semplice mostra in ordine cronologico.
Ciò vale anche e soprattutto per un costruttore che ha letteralmente scolpito questa storia e questo mondo: Alfa Romeo.

Chi ha pensato il museo Alfa Romeo di Arese avrebbe potuto prendere i pezzi a disposizione e metterli alla rinfusa in un capannone. Il risultato sarebbe stato comunque da cardiopalma.
Non dev'essere stato immediato resistere ad un'esposizione banalizzata dall'intrinseca importanza e bellezza dei singoli elementi per cercare una logica e un'attenzione che va al di là di ciò che è esposto.

L'evoluzione cronologica, infatti, si articola in tre filoni: Timeline, dedicata al filo conduttore della produzione di serie dagli albori dall'A.L.F.A. ai giorni nostri, Bellezza, per le opere d'arte su ruote dei grandi carrozzieri e designer che hanno accompagnato tutta la storia del marchio (da Castagna a Bertone, Pininfarina e Zagato) e Velocità, per le leggende della pista che hanno scritto la storia dello sport automobilistico.

In tutto questo trovano spazio anche gli uomini, con i loro nomi, volti e citazioni, che abitarono questo mondo. I motori sono posti su piedistalli come sculture greche e, come in disegni davinciani o nei manuali illustrati, sono sezionati, colorati e aperti per mettere a nudo tutta la viva meccanica al loro interno. Ingranaggi, alberi, pistoni sono in piena vista, nudi del segreto delle loro testate e blocchi.

La disposizione delle vetture è forse l'aspetto più emozionante: su più piani ammezzati, in modo che da uno si possano comunque scorgere gli altri, ammirando le vetture dall'alto o di scorcio con visuali altrimenti improbabili. Ci si sente circondati e, emozionati come bambini in un negozio di giocattoli, non si sa dove guardare ma, allo stesso tempo, il percorso non è per niente confusionario risultando lineare e ben leggibile.

Ogni vettura ha il suo spazio e, se non è possibile girarci intorno fino quasi a toccarla (cosa ovviamente vietata), intere pareti specchiate e luci magistralmente posizionate permettono di ammirare appieno ogni curva e dettaglio.
Non è uno di quei musei pieni di pannelli con testi e approfondimenti (per cui è consigliabile l'audioguida), il che trasmette meno informazioni ma rende l'ambiente molto più elegante e pulito a far risaltare ancora di più le vetture esposte.

Queste sono tutte quelle che vorreste. Ci sono le figlie della grande serie come Giulietta, Giulia, 156, Sprint e Alfasud alternate con le più esclusive tipo 6C, 8C, Giulietta SZ e Sprint Speciale, fino agli esemplari unici (o quasi) in stile Disco Volante, 33/2 Speciale, Carabo e Nuvola.
Ma più di tutte a dare senso alla visita sono le vetture da corsa.

La luce cambia facendosi più soffusa, nella penombra sulle pareti scorrono le immagini di gare e vittorie vecchie anche di un secolo. Le prime sono le Alfa Romeo degli anni '20 e '30, della Targa Florio, della Mille Miglia, di Le Mans. Raccontano la nascita del “quadrifoglio verde”, del mito di nomi come Nuvolari, Ascari, Farina… e Ferrari.

Un pugno di divinità dell'automobilismo qui presenti basterebbero a giustificare l'intera visita: la GP Tipo A con i suoi due motori 6 cilindri da 115 cv (uno per ogni ruota posteriore) del 1931, la Bimotore del 1935 (considerata la prima vera Ferrari in quanto progettata e costruita su base P3 dalla Scuderia Ferrari) e la prima vincitrice del Campionato del Mondo di Formula1, la Alfetta 158 del trio Farina-Fangio-Fagioli.
Non ci sarebbe, quindi, quasi motivo per presentare la 33 SP, la GTA, la 155 vincitrice del DTM e le altre F1, Gran Turismo e Sport-Prototipo presenti. Ma anche queste collaborano a portare quella leggenda fino ad oggi.

La mostra procura una soddisfazione difficilmente misurabile dando giusta gloria a uomini e mezzi ma anche, nel finale, alla stessa fabbrica di Arese in cui migliaia di lavoratori produssero migliaia di auto per tutti i veri automobilisti del mondo.

di Enrico Gussoni

Le foto

Altri articoli