31 agosto 2016 - Primo contatto

Indietro nel tempo su di una Willys

Sulla Willys MB non ci sono cinture di sicurezza e il parabrezza è abbassato sul cofano. “Corriamo” come fossimo di pattuglia o in ricognizione sulle moderne strade intorno a Busto Arsizio, nel varesotto, io passeggero e Roberto Sansottera alla guida. Mi racconta la storia di questa perla di inventiva: fu la prima vettura con trazione integrale e, in più, aveva la possibilità di inserire o disinserire manualmente la trazione sulle ruote anteriori per migliorare la guidabilità su strade asfaltate.
Centinaia di migliaia di esemplari prodotti per la seconda guerra mondiale e decine di usi sia militari che civili in giro per tutto il mondo. Diventò così popolare che il nomignolo affibbiatole dai soldati, “Jeep”, divenne sinonimo di “fuoristrada” e un marchio a sé.
L'esemplare di cui sto facendo così intima conoscenza è stato restaurato da Roberto, ingegnere, con suo fratello e suo padre, ex-autiere dell'esercito ed insegnante di scuola guida con la passione per la meccanica.
Non la porto molto in fuoristrada perché mi sembra un po' una violenza ma pesa solo 1100 kg, ha le ruote alte e strette e, con i ponti a balestra, riesce ad avere una buona escursione nonostante sia senza blocco del differenziale. Insomma se la cava in situazioni difficili anche dopo 70 anni...
Si sente l'emozione a bordo della piccola tuttofare verde oliva, anche se (o forse proprio perché) non è un mezzo agevole con cui convivere: “Da guidare è abbastanza facile -continua Roberto – ma bisogna farci la mano e pensare che ha comunque settantaquattro anni. Non la spingo al massimo perché non ha le cinture e la più scarsa delle utilitarie di oggi frena meglio di lei [...] Certa gente la compra pensando di usarla come auto del week-end ma si sbaglia: se non la si usa per un po' non basta salire e mettere in moto...
La Willys – dice - era la mia auto da sogno da bambino e non ne ho avute altre […] Questa è stata la prima che abbiamo comprato per restaurarla nel 2006. Lavoravamo nel cortile di casa, a seconda della pioggia o del sole, mentre adesso abbiamo realizzato il desiderio di avere un garage e uno spazio nostro per tenere i mezzi e lavorarci.

Roberto ci tiene subito a precisare una cosa: “Molti vedono nel restauro di veicoli militari una cosa da esaltati della guerra, ma per noi non è così. Quello che noi facciamo è salvare dei pezzi di storia, non solo storia militare ma anche dell'automobilismo.
Gli esemplari che abbiamo davanti a noi, infatti, fanno parte della storia che si legge sui libri, ma raccontano anche storie di uomini che li hanno guidati in tempo di guerra prima e in pace dopo, che li hanno conservati attraverso le generazioni e quindi restaurati per poter raccontare queste storie nelle piazze e ai raduni. Tra questi meritano di essere ricordati la Normandia, dove si celebra la ricorrenza del D-Day ogni 6 giugno, e La Colonna della Libertà, un raduno itinerante italiano che coinvolge centinaia di mezzi per una 300 km in tre giorni attraverso le più belle città della Toscana e oltre.

Questa – dice Roberto davanti ad un 3 assi GMC del 1943 - è la nostra opus magna. Quando abbiamo iniziato non avremmo mai immaginato di riuscire ad arrivare a fare qualcosa del genere […] Mio nonno ne aveva uno e mio padre a 11 anni imparò a guidare con quello.
Mi fa provare: salgo nella cabina che è militarmente essenziale ma comoda e afferro l'immenso volante di legno. Lo muovo e, dopo un po' di gioco, sto già sterzando! Merito del sistema a ricircolo di sfere che si comporta come una specie di servosterzo. Per l'accensione si gira una levetta sul cruscotto e si pigia un pedale: potrebbe davvero guidarlo anche un bambino.
Lo recuperarono da un signore di 85 anni che, a causa di un ictus, non avrebbe potuto finire di restaurarlo. Volle comunque portarlo lui sulla bisarca e lo salutò con un fazzoletto bianco mentre piangeva...

Il “parco macchine” è composto, inoltre, da un fuoristrada Dodge del 1945 con rimorchio, una Ford MUTT del 1967, una moto BSA da porta-ordini, una Harley Davidson, due biciclette di cui una pieghevole dei paracadutisti inglesi e, pezzo più raro della collezione, un carrellino a due ruote da fanteria. Ogni mezzo ha, come dicevamo, la sua storia e le sue meraviglie tecniche, i suoi particolari  di geniale ingegneria: ad esempio, sempre per tornare alla MB, il cambio a 3 marce ha la 2a e 3a sincronizzate, “Così non si doveva fare la doppietta” ed è un progetto del 1940!

Nel garage, tappezzato di pin-up, attrezzi, insegne d'epoca e foto di raduni, lo stereo suona musica anni '40 mentre Roberto ci parla del motore della MB: 4 cilindri in linea con valvole laterali da 2200 cc sprigionante molto meno di 100 cv ma con una coppia sufficiente a trainare un vagone ferroviario.
Una chicca è la valvola tra il collettore di aspirazione e di scarico che a freddo rimane chiusa con un contrappeso in modo da garantire un minimo di ricircolo e mandare più velocemente il motore in temperatura fino a quando una molla elastica non si dilata fino ad aprire totalmente lo scarico.
Il predecessore dell'elettronica!

Mi mostra l'album che racconta il restauro del Dodge: 5 anni di sabati, domeniche e vacanze spesi a lavorare con pochi attrezzi o a cercare componenti su internet in tutta Europa.
C'è gente che ha la possibilità o comunque che preferisce farsi spedire i pezzi dagli Stati Uniti, farli sabbiare da dei professionisti e montare da dei meccanici. Noi non possiamo permettercelo ma, soprattutto, ci sentiamo davvero padroni dei nostri mezzi: potete chiedermi di una qualsiasi vite e io so cos'è perché l'ho smontata e rimontata. Quando fai qualcosa del genere non riesci proprio a pensare a rivenderlo (anche se in caso di necessità lo farò, ovviamente), perché ti affezioni.
La cosa che più ti demoralizza, però, è la burocrazia: dopo che avevamo finito il GMC, pur avendo il libretto originale, la targa originale ecc… abbiamo dovuto compilare carte per due anni prima di riuscire a metterlo su strada. L'unica agevolazione, essendo iscritto ad un club per veicoli storici federato ASI, è sulle emissioni visto che altrimenti non potrebbe circolare.

Mi porta quindi “in ufficio”, una stanza colma di elmetti, uniformi, cimeli vari e modellini: “La stessa cura dei dettagli e pazienza che ci vuole per montare un modellino in scala 1:35 serve anche per un modello in scala 1:1
Quando restauri veicoli storici ed inizi ad andare ai raduni per forza di cose inizi a prendere le uniformi d'epoca eccetera ed entri in un altro tipo di collezionismo anche se noi non ci vediamo proprio come dei collezionisti perché il collezionista tende a volere le cose per sé ed è più felice quando ha qualcosa che gli altri non hanno. Noi invece – dice di fronte alla locandina di "Monuments Men" - amiamo salvare dalla fonderia questi oggetti perché sono a loro modo importanti. Noi non ci lucriamo e andiamo avanti grazie alla passione: non avremmo mai potuto permetterci questi mezzi già sistemati.
Poi – aggiunge – l'importante è conservare il patrimonio storico e se uno ha la possibilità di investirci economicamente è un bene!

La passione è palpabile in ogni centimetro di quel garage: Roberto conosce davvero ogni dettagli e descrive, racconta, spiega senza interruzione e con chiarezza encilopedica i particolari meccanici e gli aneddoti storici.
Fin da piccolo anch'io sono stato appassionato di storia e mi sono emozionato davanti a questi “reperti vivi”, testimonianze tangibili di quanto non deve svanire dalla nostra memoria. Per questo mi sono divertito come un bambino sia a toccare con mano leve e bottoni di questi veicoli straordinari sia a correre con il vento in faccia sentendomi un po' Patton, il generale d'acciaio.

Guarda il video dell'intervista



Oppure sali a bordo con noi sulla Willys

di Enrico Gussoni

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