20 luglio 2016 - Prova su strada

Abarth 124 Spider

Fiat 124 Abarth: un nome, una leggenda per gli addetti alle corse e non.
Nata nel 1966 fu subito fatta correre dai privati per le sue ottime caratteristiche costruttive agli inzi degli anni settanta fino a quando madre Fiat si accorse delle sue potenzialità e decise finalmente di rientrare nelle competizioni. Lo sviluppo della nuova nata venne affidato al reparto corse Abarth.
Fu un'auto di grandi successi con un motore bialbero da 1998 cm³, con l'ausilio di iniezione meccanica e, successivamente, anche di una testata a 16 valvole, con potenze comprese fa 190 ed i 215 CV.
Ai giorni nostri Fiat tenta di far risorgere il nome della 124 con il modello stradale e in parallelo riprende vita la protagonista del nostro test: la 124 Abarth.
Quando mi hanno detto della possibilità di provarla, non ho esitato un attimo a cogliere l'occasione con la curiosità di capire se avesse un minimo della personalità del modello di una volta.
È rossa con il cofano nero opaco antiriflesso che ricorda la livrea delle prime 124 utilizzate nei rally. Si presenta con un suono rauco, che ha origine dal 1.4 Turbo Multiair 170 cv e dallo scarico Record Monza, lo stesso della 595 Competizione.


Dal di fuori questa macchina mi attrae come una calamita a causa del suo modo sfacciato di "vestire", con quelle linee da piccola Viper.
Ma in tutto questo vortice di emozioni cerco di tranquillizzarmi e di essere razionale in modo da poter scoprire senza fretta e senza errori se questi 40.000 € (a cui se ne aggiungono 2000 per avere l'automatico a sei marce come sulla mx-5) sono ben spesi.
Il primo pensiero va alla cavalleria. Mi chiedo se 170 cv non siano un po' meno di quanti servano e se la dinamica del veicolo sia sufficientemente raffinata per divertire, coccolare e allo stesso tempo stuzzicare anche il guidatore più esigente. Perchè va ricordato, la 124 Abarth è prima di tutto una vettura stradale.
Salgo in auto e  mi accorgo immediatamente che la seduta è bassa quanto me l’aspettavo, comoda e accogliente .  Le rifiniture interne, seppure non essenziali in un veicolo che dovrebbe possedere il minimo indispensabile,  affascinano, specie l’alcantara in puro stile racing.


Sfioro il pedale dell’acceleratore e la sua voce mi riporta a concentrarmi sulle sue caratteristiche di guidabilità.
Al volante incontro subito il piacere di un cambio corto e preciso, che permette innesti rapidi , impuntamenti anche in una guida sportiva, dove ho apprezzato l’armonia tra gruppo cambio e motore.
Motore che, con il passare del tempo, mi stupisce sempre di più risultando abbastanza elastico e sempre pronto con un'ottima spinta sin dai regimi più bassi.  I 250 Nm si sfruttano tutti, così come l’allungo del propulsore, sino a 6500 rpm. Lo 0-100 km/h viene coperto in 6,8" (mi aspettavo di meglio ) e si ha una velocità massima di 232 km/h.
Dal punto di vista dinamico, la 124 se la cava egregiamente, con sospensioni anteriori a quadrilatero alto e multilink al posteriore. L'assetto è firmato Bilstein e garantisce un buon compromesso tra comfort e sportività. La vettura si rivela molto vivace grazie alla leggerezza complessiva, solo 1060 kg, e l'ottima ripartizione dei pesi 50/50.
Per quanto riguarda i freni sono curati dalla Brembo, casa che ormai è sinonimo di garanzia, infatti garantiscono sempre una frenata potente senza mostrare affaticamento.
Lo sterzo, mettendo l'Abarth Dual Drive Mode Selector in modalità sport, si irrigidisce leggermente rispetto alla modalita Normal, ma questo non basta a placare il mio desiderio di averlo ancora più diretto  per un feeling di guida superiore. Per l'uso in pista, sempre tramite il medesimo selettore, è possibile disattivare tutti i controlli elettronici di stabilità.


In conclusione la Fiat 124 Abarth mi ha stupito: si è rivelata una vettura intuitiva e divertente, che regala sorrisi e litri di adrenalina grazie alle perdite di aderenza del posteriore.
Ma tutte queste caratteristiche vi convinceranno a staccare l’assegno dalla cifa impegnativa?
A voi la responsabilità della scelta!

di Gabriele Restuccia

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