6 aprile 2016 - Primo contatto

Land Rover Evoque Cabrio

La Land Rover Evoque Cabrio è qualcosa di cui avevamo bisogno. Non un bisogno materiale, a livello di utilità o necessità pratica, quanto a livello di semplice e pura follia.
Già quando nacque, la Evoque, sconquassò non poco il mondo delle recensioni automobilistiche con i suo stile per niente inquadrabile nelle categorie usali: poteva piacere o no con le sue linee tozze e tese allo stesso tempo, con quell'impostazione inclinata che le da slancio e aggressività sfociando, secondo molti, in un eccesso pacchiano. Eccesso che non sembra aver impedito delle considerevoli capacità in fuoristrada in un momento in cui, ormai, molti modelli Land Rover erano diventati dei superlusso con autista che sembravano inorridire alla sola idea di mettere le ruote nel fango.
Insomma, se con la Defender si difendeva “il classico che non muore mai”, gran parte della gamma Land Rover iniziava a sapere di “troppo che stroppia”.
La Evoque fu una pazzia follemente apprezzata dal mercato e, in questo contesto, non tardò a circolare nel web l'idea di un modello cabrio. Chissà perché, una volta accettata la presenza di questa nuova creatura a metà tra il marmoreo e il fantascientifico, l'idea di toglierle il tetto sembrava condivisibile, anche se, nella mente di tutti, permaneva l'idea che “ma tanto non la faranno mai”.
E invece eccola qui: quelli che si aspettavano un modello safari con il parabrezza incernierato, per poterlo ribaltare sul cofano e sparare ai leoni, rimarranno delusi, poiché si tratta semplicemente di un tetto di tela con una Evoque scapitozzata attaccata sotto. Sono sicuro che basterà, infatti sparare ai leoni non è più così “trendy” come ai tempi delle prime Defender, ma l'idea di scorrazzare su qualche duna con il vento tra i capelli, come su una dune-buggy maggiorata e ripiena di comfort, sembra allettante.
Certo, Jeep, Suzuki e Lada hanno prodotto fuoristrada aperte per una vita, ma dobbiamo ammettere che questa Land Rover è qualcosa di diverso: più che un fuoristrada cabrio sembra una cabrio fuoristrada.

Quando dicevo che ne avevamo bisogno mi riferisco a quella freschezza, a quell'euforia di bambini a Natale, che portano certe follie: la Clio V6, la Abarth col cofano saldato a mo' di alettone, il Dodge RAM con il motore della Viper…
Ed ecco che ho trovato una scusa per parlarvi della Viper: una vettura nata dalla follia, vissuta, goduta, amata e premiata nella follia. Si racconta spesso la storia di una Dodge sull'orlo del fallimento che tenta l'ultima pazzia mettendo insieme pezzi di vecchie canoe con l'8 litri di un furgone trovato in una discarica, poi il successo, nei concessionari come in pista fino al cinema.
L'ultima generazione, però, pur avendo spostato molto in alto le aspettative, sembra non aver funzionato: se comparate con le vendite di Corvette, sua principale avversaria, quelle della Viper sono un dettaglio (i cinici lo chiamerebbero “fallimento”). L'ultimo passo, la sempre attesa versione ACR, l'ammazzapista, la mangiasfalto, la bruciabenzina-tritaentropia-nonpoliticamentecorretta, questa volta ha qualcosa che non va. Non intendo semplicemente le solite cose che ai puristi europei fanno storcere il naso, ma il fatto che dietro ai numeri e alle prestazioni (di cui il mangia hot-dog medio, da sotto il suo berretto John Deer, tendenzialmente se ne frega) sembra il modello di serie con un alettone aftermarket attaccato a martellate e uno splitter incollato con l'american-tape. I colleghi della Chevy sono andati ben più in la, rivoluzionando la linea nel passaggio dal tondeggiante allo squadrato (basta guardare ai fari) e con quella tamarrissima batteria di quattro “bocche da scarico” in puro stile “take no prisoners*”.
Se i capoccioni di FCA non decreteranno la fine della due-posti più “velenosa” di sempre vorrei che osassero laddove nessuno si aspetterebbe…

A quest'ultimo Motor Show di Ginevra è stata presentata una particolare concept cinese, che come tutte le particolari concept cinesi si è meritata solo qualche trafiletto nella stampa di settore a cui i pochi attenti avranno risposto con il già citato “ma tanto non la faranno mai”. Al di la del design più o meno apprezzabile a seconda dei gusti e delle prestazioni da comunicato stampa, la Techrules AT 96 presenta una trovata interessante: un motore a turbina (in unione a quello elettrico).
Effettivamente non è la prima volta che si sente di un'auto a turbina (senza addentrarci nel mondo delle competizioni basta pensare alla Jaguar C-X75), ma la di la dei vantaggi in termini di efficienza, prestazioni eccetera provate a meditare nella vostra mente il fatto di essere spinti non da un comune ciclo Otto da fine '800, ma da una spavalda derivazione aeronautica.
Il livello di testosterone sale, vero?
Ebbene, prima di vedere una Viper turbo-diesel, vorrei proprio assistere alla venuta di questo tipo di pazzia.
Voglio una turbina.
Voglio una maledettissima turbina...

*Motto del team Corvette alla 24 ore di Le Mans di qualche anno fa

di Enrico Gussoni

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