13 aprile 2016 - Primo contatto

E poi c'è la Volvo...

Alzi la mano chi di voi ha mai considerato una Volvo come prima scelta. Bene, questa è una richiesta molto stupida con cui iniziare un articolo, ma chissà perché, non riesco a figurarmi il profilo del “cliente tipo” che farebbe questa scelta, se non un qualche titolare di imprese minerarie in cerca di camion più duri delle montagne stesse. Oppure potrei chiedere anche chi ha mai sentito qualcuno lamentarsi di una Volvo e otterrei lo stesso silenzio.


Ma perché? Da qui partono alcune righe di stereotipi per illustrarlo. 3, 2, 1, via!
Alla Volvo nulla conta più della sicurezza e non importa se per avere qualcosa di più robusto di un Merkava MkIV, con tanto di rilevatori di battito cardiaco nell'abitacolo (nel caso vi scordiate di quanta gente c'è in macchina con voi), si debba rimanere indietro su tutto il resto; il suo marchio è per definizione stessa il più maschile che si possa tracciare senza oltraggio al pudore; le sue linee sono a metà tra una muscolosa renna e le nette pareti di un fiordo; la serietà e compostezza generata da questa impostazione alquanto “nordica” è stata sfogata in sporadici colpi di scena usciti direttamente da un dopo-sbronza vichingo, come la Volvo TVR 850  (ricordata come l'unica station-wagon che prese mai parte ad un campionato per vetture turismo) o la S80 con V8 Yamaha cattiva come una mazza da baseball sul coppino.


Insomma questi freddi e pratici costruttori di inossidabili, inaffondabili, inimpantanabili e indistruttibili veicoli ogni tanto fanno cose strane…


L'ultima quanto gradita novità è la V60 Polestar, ovvero la station di centro-gamma del marchio ritoccata in modo piuttosto invasivo. Fonte d'ispirazione? Ovviamente dalla vettura del Cyan Racing team che corre nel WTCC, perché una volta che ti sei costruito uno stereotipo positivo (o, meglio, non negativo) è bene non gettarlo nel dimenticatoio ma anzi spremerlo come un limone all'inferno. Se poi l'origine di tutto risale ad un fortuito episodio avvenuto nell'anno in cui Tim Berners-Lee mise on-line il primo sito web al mondo chi se ne frega…
Ma ora basta perdere tempo, che mezzo articolo se n'è già andato in chiacchiere: cos'ha di speciale questa nuova Volvo? Beh, stiamo parlando di una versione pompata, quindi, nella carrellata di numeri e unità di misura, è d'obbligo iniziare con 367CV, signori e signore, e 470Nm di coppia dal motore 3 litri turbo per 1570kg. Velocità massima?


No raga, non scherziamo: andate piano e pensate alla mamma…


Seriamente: la Volvo non fa sapere, ma la V60 di serie può arrivare, a seconda della motorizzazione anche a 230km/h. Possiamo dirvi che non ci aspettiamo di trovare sulla Polestar anche il pacchetto plug-in hybrid da 50 km al giorno con emissioni zero. Per il resto potete immaginare: turbo più grosso e più “caricato”, camme migliori, pompa del carburante maggiorata, freni da 371mm e un doppio scarico ai lati del.. eih, ma è un diffusore quello?! Nice try


Il bello è che, a parte il colore azzurro puffo di cui sicuramente la vorreste, nessuno capirà che state guidando una svedese incattivita e potrete continuare a portare i figli a scuola e andare a fare la spesa senza attirare troppo l'attenzione. Certo: al bar, quando si parlerà di auto, per non dire “Ho una Volvo” e uccidere la conversazione, avrete come unica alternativa di sparare tutto d'un fiato “Ho-una-Polestar-V60-turbo”, quindi passare per dei noiosissimi ingegneri e ucciderete comunque la conversazione, ma saprete che con il sole o con la tormenta, di giorno di notte e in ogni stagione, la vostra Volvo vi porterà a casa.


La Volvo…


È come una di quelle persone composte e di poche parole che, quando meno te l'aspetti fanno sganasciare tutti.
Con i nuovi modelli XC90 ed S90, con delle sinuosità che iniziano finalmente a prevalere davvero sullo squadrato, la casa di Göteborg sembra aver preso una svolta ancora più decisa verso quella bella e irraggiungibile chimera che i filosofi e gli ingegneri chiamano “Qualità”.
E sì, forse non ci avevate pensato, ma tra tedesche, giapponesi e… beh… altre tedesche suppongo, c'è anche lei.    E sappiamo che è cosa buona...

di Enrico Gussoni

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