2 marzo 2016 - Primo contatto

Bugatti Chiron

Nella sontuosa sala ornata da gargoyle e candelabri gotici la poltrona dietro l'immenso scrittoio ruota per mostrare un cattivo con monocolo e cicatrice che, con ghigno malefico, saluta: “La stavamo aspettando, Bugatti Chiron...”
Ebbene si: la nuova auto del cattivo strapotente è un'astronave su ruote rigurgitante superiorità. 1500 cavalli di potenza e 1600 newtonmetri di coppia per sparare questo enorme gioiello da fermo a 300 km/h in meno di 14”. Lo 0-100 è in soli 2.5”, una Turbopanzer da CAN-AM incrociata con il meglio delle Gruppo B da rally e lussuosa come un palazzo principesco di 1995 kg.


Non si può dire nulla della Chiron senza parlare della Veyron, un'auto che cambiò qualcosa nel mondo dei motori, spostando l'asticella ad un livello fuori dallo schema, in una nuova logica…
Esistevano già esempi di auto stradali da 1000 e passa cavalli o capaci, sulla carta, dei 400 km/h, ma erano esemplari unici per collezionisti stravaganti. Certe velocità si raggiungevano solo ad Indianapolis o sulle piste da accelerazione. Quando arrivò, nel 2005, la Veyron ruppe tutto, in ogni campo impose il suo record: 1.000.000€, adesso non fa quasi più scalpore, 407 km/h, in quanti si sono dati pena per superarlo, 1001cv, come nelle lotte tra bambini delle elementari, quando si finisce col dire “Sempre uno più di te!”…
Eppure non era un indomabile mostro per piloti professionisti, ne l'opera di un qualche elaboratore degli Stati Uniti del sud o un'estrema e delicata creatura di qualche garagista. No, è stata fin da subito un auto vera, di serie, che non pareva voler uccidere il proprio conducente o chiunque altro nei dintorni non appena si fosse affondato il pedale. Un treno con ruote gommate, capace di filare a velocità aeree con un comfort totale.
Esteticamente non mi è mai piaciuta: se dal fianco era molto elegante, lo “sguardo” dei fanali le dava un'aria un po' sciupata, poco aggressiva. Ma l'ho sempre rispettata per quanto ho detto sopra. Koenigsegg, SSC, Hannessey… avranno pure battuto qualcuno dei suoi record, ma la pietra miliare che aprirà questo nuovo capitolo nella storia delle auto sportive sarà lei.


È per questo che un po' sono deluso dalla nuovo Chiron. Sapevo che lo sarei stato; non avrebbe mai potuto essere rivoluzionaria come la sua antesignana a meno di segnare qualche nuovo traguardo per ora irraggiungibile.
La struttura rimane, di base, la stessa, anche se aggiornata di un decennio: motore W16 (doppiovusedici!) da 8 litri quadriturbo bistadio, per scattare fin da subito, scarico in titanio, trazione integrale, cambio a doppia frizione automatico/sequenziale da 7 rapporti e… velocità limitata elettronicamente a 420 km/h.
Mi dite a che cazzo serve limitare elettronicamente un'automobile a 420 chilometri all'ora?
Lo trovo davvero stupido e inutile, quantomeno irritante: molte berline ad alte prestazioni sono limitate a 250 km/h perché, sulle strade senza limiti tedesche, è una velocità ragionevole, ma perché un limite a 420? Qual è l'utilità? Chi mai, se non il pilota test che vorrà stabilire il record su qualche superpista di collaudo  riuscirà davvero a raggiungere quella velocità? Mentre sfrecciate a oltre 110 metri al secondo?
Anche ad essere in autostrada, l'auto davanti a voi dovrebbe essere a mezzo chilometro per concedervi 5 secondi di simile follia. Da 2.500.000€ e spiccioli...


Ma a parte questo, su una cosa non sono rimasto deluso, ma anzi sorpreso: lo stile.
Con un frontale ripreso dalla concept Vision Gran Turismo e un posteriore che unisce forme fantascientifiche a un retro-abitacolo in pieno stile Bugatti anni '20 e '30. È ardita, aggressiva, con una linea non banale ma nemmeno eccessiva, raffinata, snella e seducente ma non certo amichevole.
Ha lo sguardo cattivo, con quegli otto fanali che sporgono come da sottili feritoie e la bocca del radiatore spalancata come quella di un qualche azzurro mostro marino. La “C” cromata che incornicia l'abitacolo è ripresa con dei LED nell'interno, d'eleganza sopraffina ma non opulenta come su certe Rolls Royce o stravagante come sulle Pagani.
Sarà per un po' la diva del settore.

di Enrico Gussoni

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